6 - GLI SCHIZZI SUL CUORE

I giorni seguenti furono per me i giorni di crescita più significativi. Sentivo come i bambini il male alle ossa che di notte si allungano.

E al posto delle ossa ad allungarsi era il mio cuore. Era la prima volta che si era aperto davvero. Era la prima volta che soffriva sul serio.

E a dire il vero passavano in fretta le giornate. La mattina lavoravo, il pomeriggio andavo all’università. L’unico problema era la sera.

Era di sera che si faceva sentire e tirava fuori le scuse più assurde per farmi andare da lui. Ed era così carino, un tempo.

Non c’era, non era lì. Ero obbligato a levigare la sua assenza convincendomi che era giusto così,non poteva continuare.E poi lui era un uomo.

Nella macchina i due cd che feci per quando stavamo insieme li tolsi, li gettai con violenza nel cruscotto una mattina. Era terribile.

Quelle canzoni che accompagnavano i nostri ansimi ora risuonavano senza rispetto. E non lo dovevano più fare.Solo mesi dopo li avrei ripresi.

Ma dov’era la tenerezza, chi pensava a me ora? Era giusto così. Era solo che mi mancavi, e pensavo a te continuamente.

Mi sembrava che l’odore della sua pelle stesse svanendo.Sentivo che sarebbe scomparso per sempre. Che lo avrei persino dimenticato. Così fu.

Nessuno dei miei amici sapeva di lui, nessuno sapeva di me. E quando mi chiedevano cosa avessi io sorvolavo. Ero solo. E lui no.

Avevo sempre dato per scontato poter trovare riparo sulla spalla di un amico. Ma ora non potevo. Loro forse non mi avrebbero capito. Tacqui.

E a distanza di tempo è questo uno degli sbagli più grandi. Non aver trovato il coraggio di accettare, di accettarmi. E di chiedere aiuto.

Quante lettere d’amore scritte al computer, avanzava il deserto. E io lo lasciavo avanzare senza fermarlo. E tremavo. Tremavo per te, ancora.

Ero ruggine. Ed ero stato ferro. Ero ruggine. E la pioggia continuava a distruggermi. Passò un mese così. Poi mi scrisse.

Un come stai di circostanza, un appuntamento per il bozzetto. E venne a casa dopo pochi giorni. Non ci speravo più, non ci pensavo più.

Eppure era quello il motivo per il quale c’eravamo conosciuti. Quello il principio di tutto. E dovevo farlo. C’eravamo abbastanza amati.

Andammo a comprare insieme i colori, poi iniziammo a dipingere. Sulle tre pareti della camera prendemmo i colori. Nero. E lo schizzammo.

Mi aveva fatto vedere un film, j’ai tuè ma mere. La scena più bella del film ora la stavamo facendo in camera mia. Schizzi di nero sul muro.

La vernice colava ovunque, sul suo petto tatuato, sulle mie guance arrugginite  e sul cuore. Anche sul suo. Anche sul suo…

Nel film i due protagonisti facevano l’amore sporchi di vernice. Io e lui l’amore lo facevamo con gli occhi. E la vernice sembrava sangue.

Quelle goccioline solitarie accarezzavano con grazia il suo corpo al posto mio. E ripercorrevano i posti che io accarezzavo, un mese prima.

Ero geloso perfino di loro. Avevo il corpo irrigidito.E lo sciolsi gettando violentemente la vernice sul muro. Poi pranzammo, ancora sporchi.

Gli spostai i capelli dalla fronte, sporca di gocce. Era quello il seme prodotto. Nero. Un’amore d’arte. Platonico ormai. E poi esplose.

Iniziò di getto, abbozzò a matita l’affresco sulla quarta parete. E in due ore finì. Io lo guardavo, era bello. Era bello.

Concordammo Apollo e Dafne. Ma nella mia visione della storia anche Apollo si faceva albero pur di restare con lei.

E quanto avrei voluto che fosse così anche la nostra storia. E ora che mentre scrivo lo riguardo, nella mia camera, capisco che così non fu.

Linee di colore, di decine di colori. Buttate sul mio muro in un periodo in cui avevo solo grigio intorno a me.

Lo guardammo insieme una volta finito. Lui mi abbracciò da dietro. Avevo sentito la sua eccitazione. Gli strinsi le mani. E ci rivestimmo.

Fu l’ultima volta in cui io e lui parlammo in intimità. E il colore sul muro fu il suo lascito che io avrei visto tutti i giorni.

Gli diedi il denaro che si era meritato. Non lo voleva. Ma così decidemmo i primi giorni e così doveva finire, come se nulla fosse successo.

Lo accompagnai alla macchina e rientrai in camera. Vuota. ancora c’era l’odore forte della vernice. E ora ero solo. Io e il suo affresco.

Mi hanno sempre fatto impressione le stanze vuote, la voce che rimbomba, il freddo. A rimbombare erano i battiti, come dopo uno sforzo.

E rimbombarono ancora per qualche giorno. Poi smisi di guardare l’affresco. E andai avanti. Lui sarebbe rimasto l’unico uomo, mi dissi.

Tutto iniziò con un bozzetto. E tutto finì con la sua realizzazione. Oggi lo vedo come il monumento di chi è venuto ma non è saputo restare.

5- IL SUO UNICO VERO BACIO

Il gusto che ricordo di quei giorni è definibile come un agrodolce, amaro. Ed era un piatto sempre freddo. Correvo da lui e correvo a casa.

Era una corsa continua. E la meta era solo ipotetica. Le sue parole mi tagliavano le gambe, e i sogni. Ma oramai avevo perso il controllo.

Era la fine di settembre, i giorni passano litigando, facendo l’amore e rimandando il bozzetto. Eppure quel bozzetto era finito.

Avevo paura a farmi sporcare la stanza dalle sue mani, avevo paura che finito l’amore convivere con qualcosa di suo mi avrebbe ucciso.

Temevo non sarei più riuscito a fare l’amore sotto quell’affresco. Ma la stanza era stata svuotata. Ero pronto a dipingere. Aspettavo, solo.

L’ultima sera che facemmmo l’amore la ricordo bene. Lui mi portò il bozzetto definitivo, era bellissimo. Ed era modellato su di me.

Erano Apollo e Dafne. Ma nella mia lettura Apollo diveniva albero, per dimostrare a Dafne il suo amore. Il mito sbagliava, e lo cambiai.

Mi portò una serie di altri suoi lavori. In auto l’aria era tesissima. Sapevamo non doveva più succedere, ne avevamo parlato. Eppure accadde.

Incominciai ad accarezzargli i capelli. Lo facevo sempre, anche quando diceva che non potevamo più vederci. E me lo diceva da giorni oramai.

Inerme incassavo i suoi pugni, ma lo facevo dandomi ancora. Dando tenerezza. E il mio corpo. Lo doveva dire mentre ero suo che era finita.

Quella sera mi sentì gridare forte. Di piacere, ma anche di paura. Era l’ultima volta. Da capivo da quanto forte mi abbracciava.

Mi lasciò molti segni addosso, dei suoi denti e delle sue unghie. E oggi so che quello era il suo testamento peggiore, una condanna.

Ebbe la cura di porgermi una mano dietro la testa, per non fammi battere sulla portiera mentre lo rendevo il mio uomo. Era un piccolo gesto.

Era il lacerante canto del cigno di un amore. Era il suo canto del cigno. Io continuavo a illudermi, a convincermi che starebbe restato.

"Dimmi perchè fai l’amore con me. Dimmi perchè non stai con me ora. Dimmi perchè tra poco ti liberai di me. Dimmi dove devo andare", pensavo.

Tacqui. Pensavo solo a far bene l’amore. A trasmettergli con gli occhi tutto questo. E il tempo passava, lo sentivo dalla radio. Virgin.

Mi svuotò l’anima. Se la prese tutta. Con gusto. E io me la lasciavo sfilare. Forse era per quello che avevo meno energie del solito.

Quante cose non gli dissi quella sera. Chissà come sarebbe andata. Scusami se sono stato troppo fragile. Stavo scappando io, forse.

Volevo tutto, non volevo accontentarmi. E quella sera il tutto che volevo io, lo diedi io a lui mentre ci rivestivamo. “Voglio stare con te”

Non rispose, non mi abbracciò. Uscì a prendere aria. Andai da lui. Era quasi l’alba. Il tempo con lui volava, i nostri rapporti duravano ore.

"Riportami a casa Matti. Domani io e i miei amici andiamo al Museo di arte contemporanea, poi arriva il mio ragazzo.Vieni anche tu se ti va"

Quella notte durò fino alle 4 del pomeriggio del giorno dopo. Non chiusi occhio. Andai a prenderlo, andammo al museo. Fu bellissimo.

Poi arrivò il fidanzato, un uomo alto. Era carino, ma non lo meritava. Ricordo poco di quella sera, io mi ero escluso. Come la prima sera.

Avevo solo una maglietta leggera, faceva freddo. Il ragazzo voleva restare in centro. Lui ed io no. Stavo male, lui era stanco, diceva.

Sapevo bene che sapeva tutto di noi due. Lo punzecchiava sempre. E lo capisco. Ma lui scelse per lui un rapporto di quel tipo. E soffriva.

Al ritorno presi la statale. Finsi di sbagliare bivio, poco fuori dal centro. Il viaggio più lungo mi diede il tempo di dirgli tutto.

Era stato allucinate vederlo nelle braccia di un altro uomo. Era stato allucinante vederlo triste nelle braccia dell’altro uomo. E lo dissi.

"Dimmi cosa intendi fare, ci volevi confrontare di persona? Ora hai gli elementi necessari". Era fragile anche lui, non disse nulla.

Arrivammo a casa. I lampioni illuminavano solo la sua faccia nell’auto. E io ringrazio il caso per avermi lasciato all’ombra quella notte.

Mi baciò. Era la prima volta che il bacio non fosse seguito dall’amplesso. Era commuovente. Era il suo primo vero bacio. E fu l’ultimo.

Mi chiese scusa, aveva scelto di restare con il suo ragazzo. Io avevo diritto, diceva, ad una vera storia d’amore. Io lo meritavo.

Credo provai quella sera il senso vero del rifiuto. Mi sentivo inetto, sconfitto. Aveva vinto l’altro. Io ora tornavo a casa da solo. Solo.

Ero morto. Ero morto. E dovevo solo tornare a casa. Volevo piangere. Volevo aspettarlo l’indomani. Volevo mia madre. Volevo lui.Lo volevo.

Certe volte saper piangere e non vergognarsene è il migliore dei discorsi da fare. Feci parlare gli occhi,gli accarezzai i capelli lo stesso.

Poi gli diedi la buona notte.Un bacio sulla sua mano che portai sul mio cuore. Gli feci una promessa.L’unica della mia vita che ho disatteso.

"Non avrò più nessuno. Aspetterò. Tornerai, me lo sento. Dobbiamo stare insieme. Mi devi ancora fare il dipinto. E sarà la nostra camera"

Fu così che chiusi finalmente gli occhi, nel mio letto. Doveva succedere prima o poi.E io non avrei più avuto problemi con la mia sessualità.

Era stata una lunga giornata, durata un mese.Per un mese la notte vedevo il suo cervo tatuato sopra i miei occhi.Ora lo potevo solo sognare.

Ma ricordo con il sorriso oggi quella storia.A lui devo tanto. Il cuore già tagliato una volta, fa meno male. E fu lui a farmi capire di me.

"Sol muore ciò che inegualmente è commisto". Lo avevo letto qualche anno prima, al liceo. Ma ora ero grande anche io, ed era toccato a me.

4 - COS’ERA, ALTRIMENTI, L’AMORE?

L’indomani non dissi niente. Per certi versi nemmeno a me. Nascondevo fuori perché nascondevo in primis dentro. Non era facile, lo immaginavo.

E mi capita più volte di ripensare ai quei giorni. Fosse capitato oggi sarebbe stato più facile. Ma al tempo non avevo idea di chi fossi.

Le immagini del suo corpo sul mio vorticavano nella testa e non mi permettevano di studiare.Non volevo più vedere nessuno che non fosse lui.

Cercavo l’affetto di mia madre, senza dire niente. Ero triste ed euforico insieme. E lei, ancora una volta, era il mio unico punto fermo.

Pranzavo velocemente, correvo al pc in attesa si collegasse. E i primi tempi era lui a cerare me. Volevamo vederci, ma anche riflettere.

Solo dopo capii perché i nostri incontri potevano svolgersi solo la notte. Mi sentivo come la leggenda del cigno e della luna, senza motivo.

Una sera il rapporto fu più cruento. Fu un sesso tra due cuori, non sentivo più alcun male. Non dovevo più chiedere permesso per entrare.

Le mie mani affondavano con più sicurezza le unghie nel petto. E oramai il vero sudore era quello del cuore. E dio, quanto sudavo là dentro.

Continuammo fino alle due. La luna era l’unica luce là nei campi. E come la leggenda lui si trasformò. “Ti devo parlare” disse ancora sudato

Stupito, mi risistemai. Era abitudine dopo aver consumato rimetterci gli occhiali da vista, fumare in silenzio e tornare a casa. Ma ora no.

Nella mia macchina oramai c’era il suo profumo intriso, le mie mani sapevano del suo collo. Le odorai contento. “Dimmi tutto” gli risposi.

In 140 caratteri non riuscirei mai a descrivervi quel momento. Ero stanco, ma volevo rimanere con lui. Ed era proprio questo che non andava.

"Sono fidanzato, in crisi. Non si cosa mi stia succedendo. Ma è giusto che tu lo sappia. Anche lui fa sesso con altri, ma con te non riesco"

Di getto continuó “stai diventando stabile, ogni sera quasi sei qui. Ogni sera voglio tu sia qui. E questo non me lo spiego”

Come ad un bambino cui esplode il palloncino, il mondo mi osservava. La mia coscienza voleva sapere cosa avrei risposto. Io anche. Ma tacqui.

Fu lungo il silenzio, credo. Sicuramente ricordo che Virgin radio trasmetteva di nuovo i Queen. E ora era davvero una “tricky situation”.

Le sue unghiate di passione di qualche minuto prima divennero ferite. E adesso sentivo male. Mi accesi un’altra Winston blue. Lui no.

Mi aveva spiazzato ancora una volta. Alzai la voce. Non mi capitava spesso. Mi sentivo deriso, violato con l’inganno.

Non aveva capito il passo che avevo fatto? Non aveva capito che con lui era la prima volta? Dannazione, non sapeva che io avevo solo lui?

Ero di una fragilità quasi pietosa. Tirai fuori l’orgoglio e lo riaccompagnai a casa. I vetri ancora appannati non mi fermarono.

"Ci vediamo domani, devo pensare" Lo salutai così, lui per l’imbarazzo non rispose. Mi baciò e basta, sulla guancia.

Erano passate quasi due settimane dalla rosticceria. Dal primo bacio. Dalla prima volta che le mie braccia lo accolsero senza essere coperte.

Sembrava passato molto più tempo. “Deve finire il bozzetto, dipingere e poi basta. Ho chiuso con gli uomini” Pensai. Ma fu molto più arduo.

Il rapporto era cambiato. Ci sentivamo di meno, ci vedevamo ancor meno. L’unica cosa a crescere era la passione. E la violenza del sesso.

Sembrava che lui odiasse me e io odiasse lui. E spingevamo più forte per spingere le paure via dal cuore, e gettarle altrove.

Ma ovunque le gettassimo, raggiunto l’apice del piacere, ce le ritrovavamo lì. Vicino a noi. La verità è che era lui la mia paura. Io la sua

E quella volta lui spinse più forte di me. Alla fine aveva deciso. Io ero una parentesi della notte, fu facile per lui.

Non giudicavo lui, giudicavo me. Che per inesperienza avevo accettato di essere il terzo, quando mi ero ripromesso di essere il primo.

Mi sentivo stupido. Dio se lo ero. Ma ero puro. E questo lui lo sapeva bene. Non volevo nessun altro uomo, non esisteva nemmeno.

Non ero nemmeno omosessuale. Ero solo innamorato di lui, era lui l’alfa e l’omega della mia sessualità. E niente importava se era un uomo.

Niente importava se non era solo mio. Mi importava che io fossi suo. E basta. Se non era dare, mi chiedevo, cos’era l’amore?

 

3 - IL GIORNO DOPO

Come in tutte le cose,il giorno dopo è il peggiore.Dopo il rientro euforico in auto, le due ore di sonno e la colazione abbondante mi fermai.

Cos’ero? Cos’era successo? Un uomo. Un uomo. Io e un uomo. Doveva essere stata una svista, un gioco, una prova. Io non potevo essere…gay.

Era capitato anche a me di fare battute sui gay, non ci avevo mai davvero pensato prima. Una svista. Sì, doveva essere solo una svista.

Avevo letto di una statistica, di Kinsey. Cercavo giustificazioni, non ci volevo più pensare. Era successo. Non ero gay. Era successo, basta

Andai in biblioteca, a studiare. La mattinata passò male. Il pomeriggio andò meglio. Avevo semplicemente smesso di pensarci. Ma non mangiai.

Verso l’ora di cena un suo messaggio. Non speravo scrivesse. Mi aveva respirato l’anima. Non potevamo essere sconosciuti, dovevo rispondere.

Sapete,quando le cose succedono la notte il mattino si ha il dubbio che non siano state altro che un sogno. Ma ora il sogno mi aveva scritto.

Un luogo e un orario. Dovevamo vederci. E a dire il vero, ne avevo una voglia matta. La cosa che più mi mancava era la sua voce. Graffiante.

E a graffiarmi quella sera non fu solo la voce. Mi graffiò il cuore, più forte della sera prima. E la schiena. E le gambe. E la coscienza.

Ci guardammo con meno imbarazzo, parlammo più del solito. Nel mentre mi portava in una zona di campagna, dove ci saremmo visti ogni notte.

Volevo il suo corpo, volevo dedicarmi a lui. Volevo capire. Quella sera era viola, più fredda. E dopo aver parlato,parlarono i corpi. Ancora.

Mi piaceva un uomo, non avevo scampo. E allora dovevo dirlo a tutti, come dirlo. “Domani”, mi dissi. “A domani” mi disse lui.

2 - L’ARTISTA

Lui si mostrò subito molto disponibile e iniziammo a sentirci continuamente. Voleva conoscermi per preparare un bozzetto adatto a me, diceva.

Ci scambiammo musica, film, quadri. Parlavamo ad immagini, note, colori. Io scrivevo poesie, e gliene feci leggere qualcuna. Ero entusiasta.

Mi fece vedere “pasto nudo” e “j’ai tuè ma mere”. Due film a tematica gay. Chiesi spiegazioni. Non me ne diede. Gli artisti, pensai…

Prendeva forma il bozzetto, procedevamo a scambiarci battute. È il bozzetto probabilmente era l’ultimo dei nostri interessi.

Mi scrisse una sera, improvvisamente. Non usava spesso il telefono. Mi chiese che facessi la sera, e mi invitó ad una festa in un parco.

Avevo un esame a giorni,e lui lo sapeva bene. Ma volevo conoscerlo di persona. Mi misi in auto, con me i crystal castels, consigliati da lui.

Ricordo che ero elettrizzato. Non avevo mai avuto appuntamento con una persona che non conoscessi nemmeno di vista. Ero energia, ero paura.

Il parco era grande. Lo chiamai. Per la prima volta sentii la sua voce. Era graffiata, trasmetteva stanchezza. E rideva. Imbarazzato.

Con gli occhi cercavo una figura che non conoscevo, cercavo qualcuno che stesse cercando qualcuno. Ma nulla. Un tocco alla schiena. Era lui.

Cavoli!, pensai. A pelle capii che saremmo diventati gradi amici. Non mi guardava negli occhi. Ma aveva lasciato la mano sulla spalla.

Era poco più basso di me, tonico. Un sorriso smorzato, un naso imponente. I capelli caotici e una maglia chiara. Un cervo tatuato sul petto.

Si buttó nell’erba tra gli amici, mi invitó a fare altrettanto. Erano così diversi da me, mi sentivo troppo educato per buttarmici. Lo feci.

Stavo bene. Ero silenzioso, timido. Lui cercava di coinvolgermi nei discorsi. E col ginocchio colpiva il mio, a intervalli costanti.

Sembrava volesse dirmi qualcosa, sembrava volesse sciogliermi. E io, per tutta la serata, rimasi come sotto effetto di alcol, da astemio.

Poi, arrivato il fresco delle notti di agosto andarono via. Raggiunsi degli amici poco dopo, ma io ero rimasto su quel prato con la testa.

So bene cosa mi stesse succedendo quella sera, col senno del poi. Ma non voglio svelarvi altro. Vivrete con me i bei giorni che seguirono.

Il giorno seguente non si fece sentire. Nemmeno io. Non avevo motivo, pensavo. Forse lo pensava anche lui. È passarono due giorni.

Mi scrisse lui, chiedendomi di iniziare seriamente col bozzetto, aveva delle prove da mostrarmi. Presi la macchina e andai da lui.

Abitava in una frazione piuttosto distante da casa mia. Impostai il Tom Tom e, in ritardo, scese da casa. Fumavo nervosamente, ero stupito.

Era timido, quasi dispiaciuto di avermi fatto venire fino a laggiù. Ma lui, mi spiegó, non aveva la macchina. E sorrisi. Mi portò in un pub.

Lui doveva cenare, io anche ma preferii non mangiare niente. Presi una coca, lui mi schernì in amicizia.Poco dopo andammo davanti una vecchia chiesa abbandonata.

Gli tremavano le labbra, non capivo. Gli chiesi di parlare di lui. Oggi so che in quel momento avevo già capito.

Mi raccontó di suo padre, morto molti anni prima. Di sua madre, precaria. E di lui. Aveva un problema, mi disse. Ma non aggiunse altro.

Mi salutó di improvviso e mi chiese di andare via.E di tornare la sera seguente. Mi lasciò dei bozzetti da guardare, e commentare l’indomani.

Il giorno dopo parlammo tutto il tempo. Di cose futili per lo più. Anticipai l’incontro, volevo vederlo.

Quella sera mi portó a camminare nei campi. Ci fermammo davanti ad un albero, bruciato anni prima. Era buio, e c’erano tante stelle. Tante.

Mi confidò di voler fare l’amore nei campi con la persona amata, non appena l’avrebbe trovata. Io farfugliai qualcosa, di apprezzamento.

Cantai un verso dei Placebo. “No escaping, gravity”. Mi sentivo così, obbligato a capire. E di colpo trovai la forza.

"Sai che probabilmente non c’è altro posto in cui vorrei essere adesso?" Gli dissi. Lui arrossì. Rientrati in auto mi fece guidare a lungo.

Era evidente non sapesse dove andare. E girammo a vuoto per una buona mezz’ora. Li iniziai a fargli domande. Gli chiesi dei suoi sogni.

Ognuno è quello che sogna, dissi. E lui rispose. Un artista, vagante, felice. Parlammo di dio, e si scaldò il clima.

D’improvviso tornò a dire di avere un problema. Sapevo che aveva solo voglia che gli domandassi oltre. È così feci. Il silenzio era freddo.

"Sono gay." Tuonò. "Ah. Sei il primo che conosco, non ci sono problemi" rispos’io. "Mi piaci" aggiunse. No, lo aveva detto davvero?

Sapeva che avevo avuto solo donne, che non avevo mai pensato davvero di essere gay. Eppure non mi lasciò il tempo di pensare. Mi uccise.

"Questo sì che è un problema. Fattela passare, non mi va. Non mi piaci" risposi. Non ero io, era ovvio. Era un sogno. E io sognavo.

Cambiammo discorso. Lui si era rattristato. I vetri erano appannati. Io avevo caldo, volevo andare via. Sudavo. Sì, volevo proprio andar via.

Sembrava tutto rientrato. Eravamo tornati a parlare di dio. Mi ero messo comodo, rilassato. Di improvviso, il bacio.

Di tutti i baci della mia vita è quello che ricordo meglio.il gusto, la forza, la durezza, persino il calore della sua lingua.E le vertigini

Ricordo l’effetto dei baffi sui miei. Ero abituato alle labbra sottili delle ragazze. Era troppo forte Mi disgustò. E dopo poco, lo staccai.

Scese dall’auto. Dietro i vetri appannati notato il suo dispiacere. Mi fermai. Era successo. Lo avevo voluto. Ma poi non più.

Furono degli istanti lunghissimi, la radio era come muta eppur suonava. Misi le mani sul volante. Lo strinsi. Poi sulla chiave, ma restai.

Lo invitai a risalire per tornare a casa. Nè io nè lui pensavamo ci saremmo andati subito. L’imbarazzo era più suo, incredibilmente.

La radio trasmetteva i queen. “This is a tricky situation…” Già, pensai…Fremevo, avevo deciso. Era il primo settembre di due anni fa.

Fui io a baciarlo. Non violentemente, ma con dolcezza. Non se lo aspettava. Dio, quanto era bello. Timido, e forte. “It’s an hard life…”

Per la prima volta mi sentivo bello.Per la prima volta mi sentivo forte.I vetri appannati mi nascondevano.Gli altri non lo avrebbero saputo.

Non c’era un senso. Lo stavamo creando noi il senso. Sentivo che non sarei più rimasto lo stesso. Sentivo la felicità, seduta accanto a me.

Era passione pure, elettricità. Di nuovo. Piano piano lui mi faceva capire che voleva il mio corpo per itero. E incominciò dalla mente.

Mi solleticava i pensieri. Mi mise a mio agio. Andammo oltre. Lo conoscevo da un mese. Di persona da molto meno. Ma era lui che aspettavo.

Ero imbarazzato, avevo paura di non essere capace. Non era una donna. Non sapevo gestire il suo corpo. Ma sapevo gestire il cuore. E lo feci

Chiedi di insegnarmi, di avere cautela. Di non arrabbiarsi se non fossi riuscito. Ma non era necessario. Aveva già capito.

Quella sera davanti alla rosticceria credo di aver fatto l’amore per la prima volta. Poco importavano le volte prima con le donne.

Era tutto così strano. Così bello. Ero sudato, lo sentivo sopra, dietro, di lato, nel cuore. E piansi, di gioia. Ora ero davvero me stesso.

Era la mia prima volta. In tutto. La mia prima vera volta. E la ricorderò per sempre.

LA STORIA DI MATTIA IN TWEET. 1 - MATTIA

LA STORIA DI MATTIA.

1- MATTIA

Questa è la storia di un ragazzo normale, che vi racconterà come si è scoperto gay. Questa è la mia storia.

Mi chiamerò Mattia. La mia storia inizia nel dicembre 2010. Allora avevo 21 anni ed ero fidanzato da un anno e mezzo con una ragazza, Silvia.

Lei era la prima ragazza con cui avevo fatto l’amore. Volevo aspettare, e trovai lei. Gli altri erano tutti fidanzati, finalmente anche io.

La storia decollava a rilento e la mia maturità di mezzo certo non aiutava. Lei mi aspettó e poco prima dell’esame scoprii il sesso.

Non fu entusiasmante come mi aspettavo, ma fu piacevole. Lei era vergine, come lo ero io. Da allora capitó solo una ventina di volte ancora.

I miei amici e la mia famiglia erano felici per me. Ma a me mancava qualcosa. Sentivo di stare bene,ma mai abbastanza per innamorarmi.

Una ragazza in facoltà mi faceva la corte da qualche tempo. È un giorno capii tutto. Non potevo più stare con lei. Stavo morendo dentro.

Francesca era una ragazza avvenente, determinata a tutti i costi a portarmi a letto. E quando mi lasciai lei non perse tempo…

Era un mercoledì di gennaio. E quella sera scoprii cosa fosse un vero orgasmo. Non pensai a niente, lo facemmo per tutta la notte. Sudati.

Il mercoledì era il nostro giorno. La cena e il vino sembrava dovessero smorzare la crudezza degli incontri di sesso. Così cucinavamo sempre insieme.

Lei si stava affezionando, mi confidò che si aspettava da parte mia un sesso tanto violento e forte. Eppure io con lei non pensavo mai a nulla.

Duró un mesetto. Poi iniziai a capire quanto Silvia mi mancasse. Mancai qualche mercoledì, poi ci fu l’ultimo. Dormimmo insieme, e uscii.

Era stato bello, troppo. Non lo meritavo. Avevo appena lasciato una ragazza importante. Mi sentivo in colpa. E fino a settembre mi isolai.

Studiavo e uscivo poco, all’università ero uno dei migliori del corso. Mi stava bene così, mi bastava ripensare al passato. Non riviverlo.

Andai in vacanza con i miei amici del liceo, li vedevo oramai in poche occasioni. L’ultima sera, dopo mesi, toccai una donna. Inglese, bella.

Incitato dal gruppo mi sentii come gli altri, un ragazzo spensierato. Di nuovo. Ma non durò a lungo. Dopo un’ora ritornai in albergo.Confuso.

Nemmeno mi immaginavo cosa sarebbe successo di lì a qualche settimana. La mia città era deserta, l’agosto più torrido del solito. Io, solo.

Andai ad una mostra d’arte. Notai i lavori di un ragazzo di un anno più piccolo di me. Volevo un affresco in camera. Contattai lui, al buio.